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FAR BEYOND MUSIC WEB MAGAZINE |
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La Storia |
| I
Manowar nascono
alla
fine del 1980 dall’incontro di Joey De Mayo e Ross Friedman in
un concerto dei Black Sabbath in Inghilterra. Joey faceva il “rodie”(tecnico
degli effetti speciali) per loro mentre Ross affiancava il tour del
Sabba Nero con la sua band, I Dictators. I due decidono di formare la
band ispirati da Konan Il Barbaro, il temibile guerriero creato da
Howard, da cui nello stesso periodo Jon Milius trasse un
bellissimo film. Reclutano alla voce Eric Adams, gia amico di Joey,
cantante dai polmoni d’acciaio e il polacco Donny Hamzik alla
batteria. Il primo disco risale al 1982, si intitola Battle Hymns ed è
gia apprezzato da molti. Il disco è influenzato dai kiss e dalla
tradizione metallica inglese, ma è gia contraddistinto dallo stile che
farà grande questa band. Nel 1983 è il turno di Into Glory Ride che
propone canzoni lente e cupe, coniugate ad una maestosità che si perde
nel tempo e che fa dei Manowar un culto assoluto( in questo lavoro il
primo batterista viene sostituito da Scott Columbus). Il successivo Hail
to England è dedicato ai fan Inglesi (allora i più sfegatati). È
dello stesso anno (1984) il possente Sign Of The Hammer che mostra una
band in grande forma e capace di colpir duro. Intanto i Manowar entrano
più volte nel guynnes dei primati come il gruppo Rock più rumoroso del
mondo, suonano dal vivo vestiti come antichi guerrieri, litigano con
le case discografiche
e lanciano proclami contro il metal commerciale che definiscono
“false metal”, attirandosi così molti detrattori.
Nell’ottantasette è la volta di Figthing the World, nell’ottantotto
di Kings of metal, nel novantadue di The Triumph of Steel, tutti ottimi
album in cui i barbari danno il meglio della loro carriera.
Successivamente, a parte i live album non riescono a ripetere la magia
di cui sono
impregnati i dischi che vanno da Battle Hymns a The Triumph Of
Steel. Perennemente in bilico tra la marzialità e la devastazione
totale questi album hanno fatto la storia del metal ed hanno forgiato un
genere: l’epic che le attuali band del così detto “power” (
penosa scimmiottatura delle mitiche band degli anni Ottanta) cercano di
emulare con scarso successo.
La Discografia “…Io vi amo nel profondo del cuore, fratelli miei nella guerra!” F. Nietzsche BATTLE HYMNS (Liberty 1982)
Si apre con una serie di canzoni aggressive e veloci al limite del rock and roll per poi sfociare in songs come “Dark Avenger” e “Battle Hymn” in cui viene forgiato quello stile epico e combattivo tipico dei loro dischi successivi. “Dark Avenger” che racconta dell’incontro di un guerriero assassinato, col guardiano dell’Ade interpretato dalla voce cupa e profonda di Orson Wells è un misto di quel culto della MORTE e misticismo guerriero tipico delle song di questo gruppo. La solenne e maestosa aquila di marmo in copertina e il minaccioso braccio armato di gladio che balena nell’oscurità del retro fanno poi il resto. Disco notevole, nonchè il primo ruggito di questa belva neonata.
Into Glory Ride è il perfetto rappresentante di certo epic- metal americano oscuro e barbarico.E’ un album lento e pesante , cupo. I suoni grezzi di Secret of Steel , Gloves Of Metal e Gates of WHALALLA sembrano riecheggiare da un passato lontano che sprofonda nella notte dei tempi “…punto la mia ascia al vento, difendo i cancelli e tutto dentro di essi” canta Eric Adams. Poi si affaccia Hatred, caria d’odio e di rabbia, ma odio e rabbia dominati da una volontà ferra (…di distruzione).E’ una canzone lenta ma inesorabile, scandita dal suono di un campanellino e da una voce sprezzante. A seguire “Revelation” possente cavalcata dai toni apocalittici e “March for Revange” dal magnifico intro. HAIL TO ENGLAND ( Music For Nation 1984)
“...No voce della misericordia, no vangeli di luce, potenti messaggeri i pagani infuriano(…) Ad Asgard le valkirie volano su in alto cogliendo i morti bagnati dal sangue dei miei nemici” “Also Sprach” Eric Adams nella track di apertura “Blood of My Enemies” e questo dovrebbe bastare per intuire che aria tira in questo ennesimo classico di epic metal: aria di guerra naturalmente! “Each Dawn I Die” e “Kill With Power” non sono da meno. Bestiale rabbia barbarica che irrompe dallo stereo e che taglia la gola, il tutto coniugato a quella maestosa epicità di cui i Manowar sono indiscutibili alfieri. Peccato che la produzione del disco difetti in quanto a potenza, facendo si che i brani non rendono come dovrebbero (ascoltateli in sede live e pi fate i dovuti raffronti…). L’album è concluso dalla brividosa “Bridge of Death” che racconta della calata di un tizio all’inferno che però accoppa il diavolo e ne prende il posto, e questo a sottolineare la suprema cattiveria degli uomini. SIGN OF THE HAMMER (1984)
Sotto
il simbolo pagano del grande martello
che svetta nella
splendida e spartana copertina i Manowar incidono uno dei loro due
capolavori (l’altro è “Kings of Metal”). La sensazione che provo
ogni qualvolta ascolto questo album è indescrivibile,
qui ci sono tutti gli elementi che mi fanno amare i Manowar:
potenza, epicità, aggressività, e feeling arcaico e perso nel
tempo.”All Men Play On 10” e “Animals” hanno ritmiche serrate
che non concedono respiro, e spianano la via a “Thor”, in cui J.
DeMayo e soci celebrano la
forza del Dio del Tuono scandinavo, venerato dai “demoni pagani”
vichinghi: “Thor il magnifico, Thor il grande, schiaccia
l’infedele!” grida Eric. La canzone che si apre con le potenti
bordate della chitarra di Ross , unite al rullo della batteria di Scott
danno l’impressione che si sia scatenata una tempesta d’acciaio. La
chiusura è affidata all’impressionante ugola di Eric con un grido di
ben 32 secondi, unito a cruenti rumori di guerra che rendono ancora più
evocativa questa gemma di mitologia nordica. L’idea che ci si può
fare ascoltando questa canzone è quella di “Lotta di Thor con i
giganti”, il dipinto di Marten Eskil Winge datato 1872 e conservato al
museo di Stoccolma. Ma non è solo la mitologia scandinava ad ispirare i
Manowar, la successiva “Mountains” è dedicata agli indiani
d’America. Le melodie e le atmosfere create dal piccolo basso di Joey
DeMayo in questo pezzo sono assolutamente grandiose. “Mountains” è
un inno spirituale che trascende chi la ascolta. Da qui a “Guyana”
terzo capolavoro di questo album monumentale troviamo altre 3 song. La
title track è un panzer all’attacco che schianta tutto e apre delle
brecce mentre la martellante “The Oath” da il colpo di grazia
definitivo. “Tunder Pik”
è un pezzo strumentale alla De Mayo che introduce a ”Guyana” la
quale racconta la storia della setta che nel 77
compì in Sud America un suicidio di 1000 persone. Inquietante ma
incredibilmente epica è una delle loro canzoni più coinvolgenti e
misteriose. FIGHTING THE WORLD (Atlantic 1987)
“Fighting
the World” è considerato da molti come l’album più commerciale
della band. Stronzate, è difficile classificare come commerciale un album dei Manowar, neanche l’ultimo “Warriors of The
World” infarcito di pseudo ballad ultra melodiche può essere
etichettato così. Certo “Fighting” ha brani più orecchiabili
rispetto ai dischi precedenti, soprattutto per quel che concerne le prime
tre song: la title track, “Blow Your Speaker” e “Carry On”, ma
la potenza non cambia ,anzi complice la produzione di grande qualità ne
risulta ulteriormente esaltata. I cori marziali e l’incedere
militaresco e combattivo mi hanno sempre fatto amare queste
canzoni, per non parlare di
brani come “Defender” o “Blackwind, Fire And Steel”
o il divino pezzo strumentale “Drums of Doom” in cui il
rumore dei cavalli che scendono al galoppo dal Whalalla
è creato interamente dalla batteria di Scoot Columbus. L’unica
critica spetta semmai alla copertina che mostra i quattro barbari in
tenuta alla “Village People” su un mucchio di pietre. Veramente
pacchiana! Il tentativo era quello di omaggiare i Kiss. L’autore Kan
Kelly che da ora in poi disegnerà tutte le copertine dei Manowar darà
migliore prova di se in quelle successive. KINGS OF METAL (Atlantic 1988)
Epico e maestoso: così può essere definito il secondo capolavoro dell’uomo di guerra. Kings of metal è anche l’ultimo album con Ross The Boss, che abbandonerà i MANOWAR per rientrare nei Dictators. La produzione di questo album mastodontico è quella potente di “Fighting The World” , il resto è quello che di meglio i MANOWAR hanno creato nella loro agguerrita carriera. Gia la copertina diventerà bandiera e manifesto della loro musica. Raffigura un oscuro guerriero barbaro che si tiene in piedi tra delle rovine, con in mano una spada grondante di sangue e con gli occhi rossi di rabbia come piccoli spiragli dell’inferno. Alle sue spalle una dirompente esplosione dai colori violenti. Nelle prime due song i quattro barbari celebrano rispettivamente il loro amore per le Arley e la velocità in “Wheels Of Fire” e loro stessi nella title track, che pur avendo un testo banale e autocelebrativo, ha un ritmo granitico ed incalzante che ve la farà amare. Lasciate queste due canzoni iniziali entriamo nel vivo del disco, dove le atmosfere si fanno epiche come non lo sono mai state. “Heart of steel” è introdotta da un delicato assolo pianistico e da una voce melodica ma dal tono incredibilmente ieratico. Il tutto per colpire maggiormente l’ascoltatore quando la canzone si trasforma in una fiera heavy metal song dal magnifico testo scritto da Joey De Maio : esaltante! Dopo “Sting Of The Bumblebe”, rivisitazione (in versione violentemente metallica) di un famoso pezzo di classica, che allora fu adottato come colonna sonora per la pubblicità della Golf, si passa alla incredibilmente evocativa “The Crown And The Ring” suonata interamente da un organo e cantata dalla possente voce di Eric. I maestosi cori vichinghi da cui è arricchita ne fanno poi un capolavoro. E’ da notare che tutta questa canzone è stata registrata nella St. Paul’s Cathedral a Londra e niente e’ stato fatto in studio! La successiva “Kindom Come” è un altra grandiosa prova di epic-metal , “Plesure slave” invece è un inno che celebra la sottomissione della donna all’uomo, da sempre avvenuta nelle antiche società guerriere a cui i MANOWAR nostalgicamente si rifanno (…e non solo loro). Ma ecco che il tuono che apre la sublime “Hail and Kill” ci annuncia che “Tempi dell’ascia e della spada, tempi del vento, tempi del lupo” sono giunti. Da questo momento in poi (fino alla conclusiva “Blood Of The Kings”, passando per “The Warriors prayer”) verranno celebrate violente battaglie dove la voce minacciosa di Eric si fonde con la violenza creata dal muro sonoro dei suoi degni compari, mentre cori aspri e barbarici ci faranno immaginare moltitudini di guerrieri che uccidono e muoiono nella battaglia finale. Questo è il disco. THE TRIUMPH OF STEEL (Atlantic 1992)
Non paghi del successo avuto con “Kings of Metal” l’”uomo di guerra” confeziona “Il Trionfo dell’ Acciaio”, altoforno metallico dove viene fusa la potenza dei loro ultimi lavori e la cattiveria di “Into Glory ride” ed “Hail To England”. L’album in questione è considerato dal sottoscritto uno dei loro lavori migliori, nonché l’ultimo degno di nota. Dopo questo lavoro la vena creativa andrà sempre più scemando. E’ curioso notare che oltre a Ross era andato via anche il batterista Scott Columbus (alcuni dicono per occuparsi del figlio gravemente ammalato, altri invece perché rinchiuso in prigione), fatto sta che i Manowar sembravano finiti. Errore, perché il deus ex macchina Joey De Maio recluta David Shankle alla chitarra e Rhino alla batteria, allora due sconosciuti ma ottimi musicisti, soprattutto il secondo, preciso, potente e veloce da far paura. L’album si apre con “Achilles” concept di oltre 28 minuti dedicato all’Iliade di Omero. Da questa lunga suit divisa in otto parti ci si accorge che non c’è spazio per orecchiabilità facile, le ritmiche sono serrate e si alternano a pezzi piu’ lenti e melodici(alcuni di grande impatto), ad altri devastanti e quasi speed-trash. L’ascoltatore viene catapultato sotto le mura di Troia tra gli achei assedianti. Si rivive la morte di Patroclo si “rivede” il corpo martoriato di Ettore fino alla manifestazione della gloria di Achille. Grande musica! Le successive canzoni non sono da meno: “Metal Warriors” è il classico inno alla Manowar , “Ride The Dragon” è uno stuka in picchiata. Notate bene che il verso del drago all’inizio della canzone e fatto interamente da David Shankle con la sua chitarra! Una preghiera indiana e oscuri rumori di cavalli aprono la via ad una delle perle del disco:”Spirit Horse of the Cheroche” che racconta la purezza d’animo e la fierezza guerriera dei Pellerossa che combatterono contro i mercanti bianchi travestiti da esploratori. Bellissimo il suono del basso di Joey che domina tutto il pezzo. La successiva “Burning” è lenta e maligna ,cupa come l’inferno, mentre “The power of Thy Sword” si snoda tra ritmi velocissimi e il fragore delle spade “…il fragore dell’onore chiama per restare in piedi quando gli altri cadono” recita il bellicoso ritornello prima che “The Demon’s Whip” ritorni con rumori infernali e con un rif spacca vertebre a ricordarci che i Manowar in questo disco sono più cattivi che mai. La conclusione è affidata alla placida “Master of the Wind” che porta i primi accenni melodici in un disco assolutamente aggressivo e monolitico. Ma è una lieta sorpresa perché rappresenta la calma dopo la tempesta: “Master of the wind” che parla di Odino sotto uno dei suoi tanti appellativi Ha un feeling unico che in futuro i Manowar non riusciranno più a creare. THE HELL OF STEEL (Atlantic1994) C’è poco da dire su “The Hell Of Steel”, solo che è una raccolta con brani presi dai loro tre dischi precedenti. L’unica novità sta nella versione in lingua tedesca di “Heart of Steel” che per quel che mi riguarda è magnificamente riuscita. LOUDER THAN HELL (Geffen 1996)
Di nuovo un cambio di formazione con questo nuovo disco: torna Scoot Columbus sotto le pelli e arriva il nuovo chitarrista Karl Logan. “Louder Than Hell” pur essendo un discreto disco di heavy metal è lontano dall’epicità dei dischi precedenti (tranne forse per l’immensa e strumentale “Today Is A Good Day To Die”). Le prime tre song che si dipanano tra rombi di motocicletta e lodi al metallo più puro sono quelle che preferisco, più per la musica(classico heavy metal grezzo e rumoroso come piace a me) che per i testi (molto scontati). “Courage” tenta di emulare “Heart of Steel” fallendo miseramente, il resto è discreto, mentre un cenno particolare lo merita “The power”, danza di guerra velocissima e spacca ossa. HELL ON WHEELS LIVE (Universal 1997) Il primo live dei Manowar non poteva avere un titolo migliore. L’uomo di guerra dal vivo è devastante si sa, e questa energia viene immortalata in un doppio cd che farà esplodere le vostre casse tra cavalcate possenti (“Sign of the Hammer”), e i micidiali flash di guerra di “kill With Power”, “Blood of My Enemies” e “Hail and Kill”. Eric canta sporco e Carl Logan e il baldo Joey ci regalano rif potenti che donano soprattutto alle canzoni di “Hail to England” una pesantezza complessiva finalmente degna di quei pezzi. Ma il meglio i nostri amici ce lo regalano alla fine con “Battle Hymn”. Gia in studio è una stupenda canzone con il suo intro di chitarra, il suo incedere possente e il suo finale in crescendo con la batteria che imita il galoppo dei cavalli ed il maestoso coro gregoriano, ma la versione live è ancora più trascinante. Mentre Karl Logan esegue l’intro di chitarra immaginate un campo sterminato con 10 000 cavalieri unni che aspettano il segnale di attacco (I rumori del pubblico contribuiscono a dare questa impressione) ed il resto verrà da se! “…cavalcando sotto la luna saremo almeno 10 000 uniti fianco a fianco …uccidi! Uccidi!! Uccidi!!!”. HELL ON STAGE LIVE (Nuclear Blast 1999) Naturale proseguimento di “Hell on Weheels”, “Heel on Stage” presenta copertina e produzione più curati. Il primo cd contiene i classici immortali del loro primo periodo, dalla mitica “Metal Daze” a “Bridge of Death” qui naturalmente ancora più “rombanti” delle versioni in studio. Il secondo risulta meno ispirato, perché propone pezzi poco adatti da suonare dal vivo . Le versioni leggermente modificate di “Heart of Stee” e “Master of The Wind” si fanno comunque apprezzare. WARRIORS OF THE WORLD (Nuclear Blast 2002) Dopo i sei lunghi anni trascorsi da “Louder Than Hell” i Manowar danno alle stampe un nuovo album in studio, ma è meglio se non lo avessero mai fatto. Questo disco denota una quasi totale mancanza di idee. La pacchianeria di pezzi inutili come Il “Nessun Dorma” cantato da un Eric con un pessimo accento americano (sembra di sentir cantare Stanio e Onlio) o di “The Figth For Fridom” o della sinfonica “The March” completamente slegata dal contesto, riempiono di dispiacere chi come me ha sempre amato questa band. Certo i buoni pezzi non mancano ,”Hand of Doom” su tutti, ma anche “The Hause of Death” e “Call To Arms” sorrette da un ugola di Eric che sembra in stato di grazia e da una produzione con i contro cazzi, ma i pezzi nominati precedentemente rovinano inesorabilmente quello che di buono ci poteva essere. Speciale a cura di : Franz |